Alor l’isola che ti rimane nel cuore, un viaggio in un’isola lontana e poco conosciuta del grande arcipelago indonesiano.
Vi siete mai chiesti cosa cercano davvero i viaggiatori? Con gli anni il nostro modo di viaggiare inevitabilmente cambia: si affina, diventa più delicato, consapevole e selettivo. Dopo aver visto le destinazioni dei nostri sogni, quelle che per noi avevano la priorità assoluta, ci chiediamo cos’altro possiamo andare cercando.
È una domanda che mi faccio spesso: cosa cerco ancora, dopo aver visto così tanti luoghi meravigliosi in tutto il mondo?
Negli ultimi tempi mi sono data la risposta. Quello che ancora mi fa battere il cuore ogni volta che penso, idealizzo e preparo una partenza sono le emozioni. I piccoli attimi, i sorrisi spontanei, la gente, il rumore del vento, la forza della natura. Il mio viaggio ad Alor mi ha regalato tutto questo.

Alor l’isola che ti rimane nel cuore: dove si trova
L’arcipelago di Alor è un gruppo di isole del Nusa Tenggara Timur, situato tra il Mar di Flores e il Mar di Sawoe. L’isola di Alor è la più grande, circondata da Pantar, Kepa, Buaya e Ternate. Alor Besar e Alor Kecil sono unite da una stretta striscia di terra, coprendo un’area complessiva di circa 2.800 km². Kalabahi, il capoluogo, è l’unica vera città dell’isola.
Questo arcipelago lontano custodisce meraviglie uniche. Le isole sono di origine vulcanica, hanno una superficie molto rocciosa e una bellezza selvaggia. La zona intorno a Kalabahi è l’unica area pianeggiante: per questo motivo gli olandesi vi fondarono la capitale e il porto principale.
Un paradiso sottomarino
Se i panorami emersi sono straordinari, il tesoro più prezioso di Alor si trova sotto il livello del mare. Da queste parti si trovano i migliori punti d’immersione e snorkeling di tutta l’Indonesia, grazie a un mondo sottomarino incontaminato, ricco di giardini di corallo variopinto e di un’eccezionale biodiversità marina.

Siamo nell’Indonesia più estrema e meno nota, lontana dalle rotte turistiche di massa. Si spingono fin qui solo esperti appassionati di subacquea e viaggiatori che vogliono percorrere sentieri non ancora battuti.
Un consiglio importante: le correnti qui sono estremamente forti, imprevedibili e pericolose. È fondamentale fare immersioni o snorkeling accompagnati da guide locali che conoscono perfettamente la zona, usando sempre la massima prudenza.

Alor L’isola che rimane nel cuore, la cultura, i Moko e tradizioni ancestrali
Alor custodisce una cultura unica, arrivata quasi intatta fino ai nostri giorni. La vita quotidiana si basa su un’agricoltura di sussistenza e sulla pesca. Nelle foreste si raccoglie ancora il prezioso legno di sandalo per il commercio.
Come spesso accade in Indonesia, il panorama religioso è vario: circa tre quarti della popolazione è di fede protestante, mentre il resto si divide tra musulmani e cattolici. Tuttavia, i rituali e le tradizioni animistiche sono ancora fortemente praticati da tutti. Pensate che in questo piccolo arcipelago si parlano più di quindici diverse lingue native (la maggior parte classificate come papuasiche), tra cui l’Abui, l’Adang, il Kabola e l’Alorese.
Il Museo dei 1000 Moko
A Kalabahi abbiamo visitato il piccolo museo dei Moko, che hanno aperto apposta per noi. I Moko sono famosi tamburi in bronzo scolpito a forma di clessidra. Si ritiene siano originari del Vietnam, arrivati ad Alor secoli fa come moneta di scambio per il legno di sandalo. Oggi il museo ne custodisce circa 1.000, alcuni antichissimi e pregiati. Ancora oggi, in queste isole, i Moko sono una parte essenziale e obbligatoria della dote per la sposa. Il museo espone anche una bellissima collezione di antichi tessuti tradizionali Kawate.
Kepa: un piccolo, meraviglioso segreto

La meta iniziale del mio viaggio è la minuscola isola di Kepa, che raggiungo da Kalabahi con un’ora di auto e pochissimi minuti di barca locale. Kepa è uno di quei segreti nascosti che amo follemente: poche casette di pescatori, gente sorridente, un paio di semplici homestay e nessun servizio turistico.
La nostra homestay, il Marangi Kepa bungalows, ha solo quattro capanne di legno e paglia affacciate sullo stretto canale che separa l’isoletta da Alor Kecil. Dalla camera si ammira la trasparenza del mare, che degrada immediatamente in un blu inchiostro profondo, dove le correnti creano vortici tali da far sembrare l’oceano un torrente in piena.
La struttura è basica ma pulitissima. Il bagno è all’aperto con doccia di acqua fredda desalinizzata. Non c’è elettricità fissa: un piccolo generatore viene acceso solo dalle 18:00 alle 20:00 per permettere di caricare i cellulari e le batterie delle macchine fotografiche.
Il cibo viene preparato dalle donne del piccolo villaggio: piatti semplici, freschi e gustosi a base di pesce, uova, pollo, verdura e frutta, accompagnati da tè, acqua e caffè indonesiano sempre a disposizione.
Incontri con i delfini e vita lenta
A Kepa ti dimentichi dello stress e della frenesia. Si vive al ritmo di albe e tramonti, adattandosi alle maree e alla vita lenta dei pescatori. L’isola ha baie perfette di sabbia candida e incontaminata, talmente belle da non sembrare reali.
Le acque tumultuose che la circondano brulicano di vita: è facilissimo avvistare gruppi di delfini che giocano felici tra le onde. Inoltre, qui si possono ancora osservare i pescatori “bubu”, che utilizzano le antiche e tradizionali trappole sottomarine realizzate interamente in bambù.
On the road ad Alor: la vera avventura

Da Kepa parto a malincuore, consapevole che angoli di mondo così autentici sono sempre più rari. La barchetta mi riporta sulla terraferma – se così si può definire una scheggia d’isola persa nell’oceano – ad Alor Kecil.
Per esplorare il sud dell’isola decidiamo di soggiornare nell’unica struttura statale esistente in zona. L’impatto è memorabile, ma non in senso positivo: moquette scolorita e puzzolente, un mandi (il bagno tipico indonesiano) al limite della decenza e pasti decisamente inqualificabili. La sua unica fortuna è la posizione: si affaccia su una splendida baia ed è la base perfetta per muoversi in scooter.
Saliamo in sella. La strada litoranea che percorre il nord-ovest è stretta, quasi tutta asfaltata, anche se a tratti diventa decisamente accidentata. Ma basta macinare i primi chilometri per dimenticare ogni scomodità: curva dopo curva, i panorami mozzafiato, la natura dirompente e la purezza di quest’isola ti conquistano l’anima, confermando che Alor è un viaggio selvaggio capace di entrarti sottopelle per sempre.
Nel cuore della cultura Abui: gli antichi villaggi
Esplorare l’interno di Alor significa fare un viaggio a ritroso nel tempo, dove l’antropologia si fonde con il mito e la quotidianità segue regole ancestrali.
Il mistero di Bampalola
Sapevo che era vicino. Mi era parso persino di scorgere un vecchio cartello sbiadito che ne indicava l’ingresso ma, dopo aver imboccato una stradina sterrata che si addentrava nell’entroterra selvaggio, ci siamo persi tra la vegetazione fitta. Anche se non sono riuscita a calpestare la terra di Bampalola, il fascino di questo luogo mi è rimasto impresso per i suoi racconti orali.
Qui le case tradizionali si chiamano laka tuil e la leggenda locale narra una storia affascinante: sembra sia stato proprio questo villaggio la culla dell’Islam ad Alor, poi diffusosi nelle altre isole. Il merito? Una coppia di figure semi-mitiche, leader spirituali che la tradizione vuole siano “scesi direttamente dal vulcano” per portare una nuova fede.
Takpala: architettura sacra e sguardi intatti

Arroccato su una collina che regala una vista spettacolare sul blu dell’oceano, il villaggio di Takpala si presenta come un pugno di strutture geometriche perfette che emergono dal verde. È composto da quindici case tradizionali, chiamate Rumah Lopo, capolavori di ingegneria rurale costruite interamente in bambù e sormontate da altissimi tetti spioventi in foglie di palma alang-alang secche.
Tredici di queste abitazioni sono le kolwat: strutture a quattro piani completamente prive di pareti esterne. Il piano inferiore, a contatto con la terra, è il fulcro della vita domestica, usato per cucinare sul fuoco e per riposare. I piani superiori, protetti dal calore e dall’umidità grazie alla forma del tetto, servono per stivare le riserve alimentari, come mais e riso.
L’emozione più grande? Sono salita tramite una scaletta di legno stretta e decisamente traballante fino al piano più alto di una di queste case. Lì, nel buio profumato di fumo e paglia, la proprietaria mi ha mostrato orgogliosa il tesoro di famiglia: una coppia di antichi e pesanti tamburi moko in bronzo, finemente scolpiti.
Le altre due abitazioni del villaggio, le kanuarwat, sono invece considerate totalmente tabù. L’accesso è vietato ai forestieri e consentito solo agli anziani custodi. Hanno pareti di palma fittamente intrecciata e un ornamento sacro sul tetto che funge da antenna spirituale per benedire l’intera comunità. Un tempo il popolo Abui viveva esclusivamente di ciò che offriva la foresta, raccogliendo cereali, fibre e semi selvatici. Oggi quegli stessi semi vengono pazientemente infilati in fili per creare piccole collane e souvenir da vendere ai pochissimi viaggiatori che si spingono fin qui.
A essere del tutto onesti, il villaggio ha perso un pizzico della sua autenticità originaria a favore dell’accoglienza turistica, ma dal punto di vista antropologico lo stile di vita, l’ospitalità e la dignità di questa gente restano un’esperienza incredibilmente interessante e profonda.
Kalabahi: la città dei Bemo ruggenti e del Betel

Lasciata la quiete dei villaggi, entriamo a Kalabahi, il capoluogo dell’isola. Qui ho soggiornato presso l’Homestay Cantik: le camere sono incredibilmente basiche e dotate del classico mandi indonesiano. Avevo letto recensioni entusiastiche sulla calorosa accoglienza della famiglia di gestori ma, a dire il vero, l’impatto iniziale non è stato dei più calorosi; non mi sono sembrati particolarmente simpatici o disponibili, anche se alla fine dei conti il soggiorno è andato bene e abbiamo riposato.
Kalabahi mi ha letteralmente stupita: l’ho trovata inaspettatamente pulita, ordinata e vivace. Il suo cuore pulsante è lo splendido e coloratissimo mercato locale, un labirinto di profumi di spezie e pesce secco da cui non sarei più venuta via.
Ma la vera icona pop di Kalabahi sono i suoi Bemo (i piccoli minivan adibiti a trasporto pubblico). Dimenticate i mezzi pubblici grigi e tristi: qui sono dipinti con colori sgargianti, decorati con serigrafie “modaiole”, interni interamente rivestiti di pelliccetta rosa fluo, collane di cuori pendenti con la scritta “Love” e casse acustiche colossali che sparano musica a tutto volume degna di una discoteca di Ibiza!
E poi c’è la gente. Le persone qui hanno forti e bellissime fattezze papuasiche, con capelli ricci, crespi e folti, dalle affascinanti sfumature rossicce dovute al sole. Ti osservano con una curiosità immensa e ti regalano sorrisi larghissimi, colorati di rosso acceso a causa della noce di betel che masticano quasi incessantemente. Ci siamo sentiti persino importanti e coccolati mentre visitavamo il minuscolo e ordinato museo dei 1.000 moko: i locali facevano a gara per darci indicazioni, aprirci le porte e mostrarci con orgoglio i pezzi più rari della loro storia.

Maimol e Pasir Putih: alla ricerca della baia perfetta
Alor è anche una terra di coste selvagge e acque primordiali. Da non perdere è sicuramente la spiaggia di Maimol, una distesa di sabbia scura da cui, guardando verso l’orizzonte e puntando alla piccola isola di Sika, è possibile vivere la magia di avvistare i rari e timidi Dugonghi (i gentili mammiferi marini imparentati con i lamantini) che nuotano indisturbati nelle praterie di alghe.
E infine, eccola. Quella che nel mio diario di viaggio ho battezzato senza esitazione la baia perfetta: Pasir Putih.
Una spiaggia totalmente deserta, incontaminata, accecante e splendida nel suo essere drammaticamente selvaggia. Per raggiungerla occorre più di un’ora di auto da Kalabahi, percorrendo una strada disastrata, piena di buche e tornanti che mette a dura prova i muscoli, ma che attraversa piccoli villaggi rurali sospesi nel tempo, dove la modernità non è ancora arrivata e dove tutto sembra appartenere a un’altra epoca geologica e culturale.
Info Pratiche: Organizza il tuo viaggio ad Alor
- Come arrivare: Da Bali (Denpasar) o Jakarta si prende un volo per Kupang (Timor Ovest). Il mio consiglio è di pernottare una notte a Kupang – approfittandone per vedere il coloratissimo mercato del pesce sul lungomare – e la mattina dopo prendere il volo panoramico a elica della Wings Air che atterra nel minuscolo aeroporto di Mali, ad Alor. L’atterraggio è un’esperienza indimenticabile: una striscia di asfalto che appare dal nulla nel blu del mare.
- L’alternativa lenta: Per chi viaggia senza fretta, c’è un traghetto che impiega circa 12 ore da Kupang a Larantuka (Flores), da cui poi si prende una barca locale di circa un’ora fino al porto di Kalabahi.
- Quando andare: Il periodo migliore per meteo e condizioni del mare va da Aprile a Settembre, durante la stagione secca.
- Dove soggiornare : Kepa : oltre al Marangki kepa bungalows un’altra ottima soluzione di soggiorno è il Dive Alor Beach bungalow, entrambi prenotabili direttamente dai loro siti web. Alor Kecil : Oggi ad Alor ci sono più strutture prenotabili direttamente o tramite booking.com: Bruri Villa e Arche Noah sono le migliori per rapporto qualità/prezzo. Alor Besar : SAVU South Alor e Alami Alor Dive & Snorkel Resort strutture consigliate soprattutto per chi pratica diving
Riflessioni di viaggio :
Mentre preparavo questo viaggio qualcuno mi aveva detto che non avrei trovato nulla di interessante ad Alor, dipende da quello che uno sta cercando, io ho trovato tanto …
Meravigliosa Alor.





Grazie a te conosco luoghi meravigliosi che non avevo mai sentito nominare! Al momento l’Indonesia rimane una meta molto lontana per me, ma quanto mi piacerebbe alloggiare in quella homestay di Kepa!