Top End ci accoglie con un gran sole e con temperature decisamente più consone alla nostra estate. Finalmente, aggiungerei con un pizzico di sincerità. Il tragitto che va dall’aeroporto al centro di Darwin è un continuo susseguirsi di autoconcessionari, ne contiamo a decine, e questo ci sembra quantomeno strano, considerata la scarsa popolazione del Northern Territory.
Darwin
Ci immergiamo subito nelle centrali Mitchell e Smith Street, le quali mi ricordano molto Cairns per i tanti negozi rivolti fondamentalmente ai turisti, ma anche per i molti ostelli e l’avvicendarsi degli innumerevoli internet point.
In giro c’è pochissima gente, ed una plausibile spiegazione comunque esiste, considerato che siamo nel tardo pomeriggio e che oggi è giovedì, giorno in cui tradizionalmente si tiene il Mindil Beach Sunset Market, che raggiungiamo subito dopo, stentando non poco a trovar posto nell’affollatissimo parcheggio.
Sì, perché questo animato mercato è un’autentica istituzione per gli abitanti di Darwin, che si ritrovano numerosi in spiaggia il giovedì e la domenica pomeriggio durante la stagione secca, ad ammirare un tramonto infuocato.
Portano da casa i propri tavolini e sdraie pieghevoli, accomodandosi in attesa che il sole si addormenti nel mare e consumando contestualmente qualche buon piatto acquistato in una delle sessanta bancarelle di cibo presenti, che svariano dalle innumerevoli pietanze asiatiche che spargono nell’aria densi profumi d’oriente, alla pizza, dalle ostriche alle esotiche carni locali grigliate, come coccodrillo, emu o canguro.
Oltre alle bancarelle gastronomiche, nel viale ubicato sotto le palme ce ne sono altre duecento circa, che vendono oggetti d’artigianato, bigiotteria, libri, cappelli, e molto altro ancora. Nonostante la ressa, è davvero ammirevole la tranquillità di queste persone.
Qui ognuno ha il suo bel piatto di noodles, una birra ghiacciata, un tramonto tropicale da ammirare con palese soddisfazione, e si ritrova visibilmente in pace con il mondo intero.
Il giorno seguente lasciamo Darwin, che ritroveremo tra una settimana, ed alle otto in punto siamo già sulla Stuart Highway.
Top End l’avventura abbia inizio
Dodici minuti dopo, alla mia macchina verrà scattata una simpatica fotografia, ed in Italia riceverò una bella cartolina ricordo da parte del dipartimento di giustizia del Northern Territory, in cui mi inviteranno a pagare cento dollari australiani, per aver superato di quindici chilometri orari il limite di velocità. Nulla da eccepire, purtroppo.
In breve lasciamo questa strada, quest’oggi parzialmente intasata dai road trains, giganteschi camion a cui sono attaccati svariati dogs, letteralmente cani, e di fatto rimorchi, che fanno raggiungere a questi treni della strada anche lunghezze vicine ai cinquanta metri. Imbocchiamo l’Arnhem Highway, strada che, in grosso modo 260 chilometri, ci condurrà a Jabiru, nel Kakadu National Park.

Se l’arteria che attraversa il paese da nord a sud era abbastanza trafficata, quest’ultima è sostanzialmente deserta, eccezion fatta per qualche wallabies, che durante il tragitto si diverte a saltellarci vicino in svariate occasioni, con relativa nostra soddisfazione, of course, in fondo siamo in Australia, no?
Un cartello colorato indica la nostra prima tappa odierna, e così svoltiamo a sinistra, percorrendo per qualche chilometro una stretta e polverosa strada sterrata. Siamo in prossimità dell’Adelaide River e qui si trova una delle maggiori attrattive del circondario, il “jumping crocodile”.
Il nome può far pensare a qualche classica trappola “acchiappaturisti”, dove tutto è stato creato a regola d’arte per compiacerli, mettendo in scena qualche spettacolo artificiale, ma in realtà, terminata la strada, qui troviamo solo una casetta in legno da cui fuoriesce musica country che funge da biglietteria, ed un grosso barcone dal fondo piatto, che alle nove in punto salpa verso il centro del limaccioso fiume.
Top End e il Kakadu
L’Adelaide River ospita una delle più grosse concentrazioni d’Australia di coccodrilli estuarini, familiarmente chiamati “saltie”, che avvistiamo in quantità industriale pochi secondi dopo.
Infatti, si resta davvero impressionati dall’ingente numero di questi grossi rettili, ed in breve tempo le iniziali esclamazioni di stupore dovute al loro costante avvistamento, lasciano il posto ad una più semplice presa di coscienza di trovarsi nel loro habitat, e ci si rende dunque conto che costituiscono parte integrante del contesto paesaggistico in cui siamo.
Ma l’attrattiva della crociera consiste nel gettargli dei grossi pezzi di carne legati a delle funi, e vederli con impeto saltar verticalmente fuori dall’acqua per afferrarla. Un autentico spettacolo, considerata soprattutto l’immensa mole che li caratterizza e quelle gigantesche fauci, che vediamo spalancarsi ad un paio di metri al massimo da noi.

Nel primo pomeriggio arriviamo a Jabiru, sistemandoci all’Holiday Inn Gagudju Crocodile, particolare hotel dalla forma di coccodrillo che, aldilà di un’elegante hall dalla temperatura polare, è di fatto comunque strutturato come un classico motel, con i parcheggi ubicati quasi a ridosso delle essenziali camere.
Ci troviamo nel Kakadu National Park, costituito da ventimila chilometri quadrati di natura allo stato puro, ed inserito dal 1981 nella World Heritage List dell’Unesco.
Le cifre inerenti il parco sono sbalorditive, annoverando al suo interno qualcosa come 60 specie differenti di mammiferi, tra cui svariati tipi di marsupiali, circa 280 specie di uccelli, 117 specie di rettili nei quali sono stati censiti pressappoco 3.500 coccodrilli estuarini, 53 razze diverse di pesci, più di 10.000 tipi di insetti, oltre 1700 specie di piante diverse, oltre a più di 5.000 siti di arte rupestre aborigena, la maggior parte dei quali chiusi ai visitatori, in quanto considerati sacri dalle comunità locali.
Il suo nome deriva proprio dal termine aborigeno Gagudju e gli aborigeni sono i proprietari di queste terre, date in gestione al governo australiano per amministrarle come parco nazionale.

All’interno del Kakadu vedremo diversi rangers aborigeni, a partire proprio dal Bowali Visitor Centre, dove ci rechiamo subito dopo aver sistemato i nostri bagagli in camera.
In questo esaustivo centro informativo, dove è possibile reperire svariate mappe e numeroso materiale illustrato, tramite un percorso esplicativo e dei video si viene introdotti alle numerose attrattive del parco. I rangers sono a disposizione per qualsiasi informazione necessiti, ed inoltre vengono costantemente aggiornate le condizioni delle strade.
Qui apprendiamo che le Jim Jim Falls, uno dei principali luoghi d’interesse del parco sono sostanzialmente asciutte e rinunciamo quindi a priori alla loro visita, anche se in verità eravamo parzialmente preparatati a questo, trovandoci nella cosiddetta “dry season”.
Restiamo un po’ di tempo nel centro, ed in seguito torniamo indietro sull’Arnhem Highway, deviando qualche chilometro dopo sulla destra, in direzione di Ubirr, centro spirituale aborigeno ricco di pittogrammi, che raggiungiamo dopo 39 chilometri, guidando in completa solitudine. Una volta parcheggiato, ci addentriamo rapidamente attraverso un sentiero circolare della lunghezza di un chilometro circa che, snodandosi in un paesaggio costituito da alberi, terra rossa, rocce e fitta vegetazione secca, ci conduce presso i vari siti in cui sono presenti diverse raffigurazioni d’arte rupestre appartenenti a varie epoche, le più antiche delle quali risalgono addirittura a ventimila anni fa.
Lungo il tragitto, fuoriescono spesso vari rumori dalla boscaglia circostante e mentre ci aspettiamo di veder saltare fuori qualche canguro, restiamo invece sorpresi nello scorgere diversi strani e grossi uccelli, ma raggiungendo invece quella che viene chiamata la “main gallery”, quando stiamo arrampicandoci sulle rocce per ammirare le pitture rupestri, sopra di noi, a gran velocità, saltella inaspettatamente un grosso wallaby, disperdendosi rapidamente nella circostante vegetazione.
Ci inerpichiamo in seguito fino al “Nardab Lookout”, una sorta di tavolato roccioso da cui si gode di una meravigliosa vista su Ubirr e sulla scarpata dell’Arnhemland. Qui aspettiamo che il sole scivoli lentamente sulle wetlands, mentre tutt’intorno regna una straordinaria quiete.

Il mattino successivo, dopo aver percorso una cinquantina di chilometri lungo una deserta Kakadu Highway, alle nove in punto siamo già presso l’imbarcadero dello Yellow Water Billabong, ubicato alla confluenza del South Alligator River e del Jim Jim Creek.
Salpiamo a bordo di un barcone dal fondo piatto, effettuando una crociera di un paio d’ore attraverso questa grossa palude orlata da vegetazione. Poco oltre il punto d’imbarco, quasi a volerci dare il benvenuto, un grosso coccodrillo estuarino nuota semisommerso placidamente, facendo appena intravedere la sua robusta corazza, che fuoriesce parzialmente dall’acqua.

La giornata è meravigliosa, ed un cielo azzurrissimo si specchia lungo i canali, sulle cui sponde, nemmeno stessimo guardando un documentario del National Geographic, ammiriamo comodamente numerose specie di uccelli acquatici, un grosso esemplare di serpente, gli immancabili ed ormai direi familiari “saltie”, autentici protagonisti e signori incontrastati di questo ambiente selvaggio, ma anche animali che francamente non ci aspettavamo di osservare, come bufali e cavalli ovviamente non originari del posto, ma riprodottisi negli anni allo stato brado.
Si tratta dell’ennesimo sensazionale spettacolo, che la stupefacente natura del Northern Territory ci sta regalando. Terminata la piacevole escursione, facciamo rifornimento presso il Gagudju Lodge di Cooinda, ed in seguito trascorriamo un po’ di tempo al Warradjan Cultural Centre, leggendo affascinanti storie sulla creazione secondo la mitologia degli aborigeni locali e vedendo delle interessanti proiezioni inerenti le stesse comunità del posto.
Tornando per una breve sosta al nostro hotel, troviamo inaspettatamente in camera un agghiacciante messaggio, in cui la direzione avverte gli ospiti che, a seguito comunicazione del corpo forestale, l’acqua del parco risulta contaminata e pertanto occorre strettamente evitare ogni contatto con la stessa.
Solo ora capiamo perché, quest’oggi, la piscina è così insolitamente affollata. Per fortuna a Darwin avevamo acquistato una tanica d’acqua da trenta litri, al fine di usarla proprio in caso di necessità nel corso del viaggio, anche se mai avremmo potuto immaginare un simile evento.
Partiamo nel primo pomeriggio alla volta di Nourlangie, che raggiungiamo dopo una trentina di chilometri. Si tratta di uno dei siti d’arte rupestre più importanti dell’intera Australia, dove troviamo i celebri pittogrammi raffiguranti ancestrali personaggi dai nomi per noi impronunciabili come Namarrgon, Namondjok, Barrginj e Nabulwinjbulwinj, che abbiamo visto tante volte riprodotti su molti testi.

Lasciato il parcheggio, iniziamo il nostro percorso attraverso un sentiero che si snoda in una fitta boscaglia, con l’assillo costante delle mosche, che qui sono davvero insopportabili, tanto che ci pentiamo presto amaramente di non aver acquistato delle retine appositamente confezionate per proteggere il viso.
Sì, perché occorre davvero dire che se le mosche sono state finora un po’ una costante nel Northern Territory, qui a Nourlangie, perlomeno oggi, rappresentano un vero e proprio flagello.
La nostra prima deviazione sulla sinistra è rappresentata dall’Anbangbang Shelter, una galleria naturale usata nei secoli come rifugio dai clan aborigeni dei Warramal e dai vicini Badmardi, nella quale è possibile ammirare pitture risalenti ad oltre ventimila anni fa.
Seguendo il medesimo sentiero, il quale si inerpica per lievi tratti attraverso delle rocce, ci spostiamo assieme al nostro personale gruppetto di mosche fino al Gunwarddhwarde Lookout, da cui godiamo di un magnifico panorama del sottostante bush, che si allunga fino all’Arnhemland, territorio aborigeno grande quasi un terzo dell’Italia, il cui ingresso ai visitatori è strettamente vincolato a speciali permessi.

Sopra di noi, maestosa, si innalza la grande rossa rupe in arenaria di Nourlangie, che conferisce realmente al posto un non so che di mistico, malgrado le onnipresenti mosche ci riportano invece presto alla realtà.
Katherine e il Nitmiluk National Park
L’indomani, di buon mattino lasciamo il Kakadu, parco in cui si potrebbe stazionare svariati giorni vedendo sempre cose diverse, e ci dirigiamo a sud, lungo la Kakadu Highway.
Attorno alle nove, avendo già guidato per circa 160 chilometri, sostiamo presso la Maryriver Roadhouse, spartana stazione di servizio dove sembra non esserci nessuno, tranne il solito nugolo di mosche che probabilmente aspettavano impazienti dei visitatori, e due simpatici wallabies che, a differenza delle stesse mosche, non appena apriamo le portiere dell’auto, si dileguano con pochi balzi nella boscaglia circostante.
Con un sottofondo di musica country, un barbuto e scalzo omaccione sulla cinquantina ci serve delle uova fritte con bacon, che probabilmente a causa del contesto in cui ci troviamo, o più semplicemente per una questione di pura fame, ci sembrano particolarmente deliziose.
Riprendiamo la nostra marcia e dopo aver imboccato all’altezza di Pine Creek la Stuart Highway in direzione sud, poco più di due ore dopo arriviamo a Katherine, sonnolenta cittadina del Northern Territory abitata da circa settemila anime, che attraversiamo nel tratto iniziale, svoltando in seguito a sinistra sulla Giles Street, su cui transitiamo per una trentina di chilometri attraverso il bush.
Quando sono appena le undici, ed abbiamo già percorso da stamattina quasi trecentocinquanta chilometri, arriviamo al Nitmiluk National Park, dove prenotiamo una crociera di quattro ore in partenza alle tredici.

Trascorriamo un po’ di tempo nel visitor centre, apprendendo qualcosa sulla storia del parco nazionale e sulla comunità degli Jawoyn, gli originari possessori di queste terre.
Poco dopo le tredici, il barcone inizia a navigare lungo la prima delle tredici gole rocciose scavate dal fiume Katherine, che costituiscono parte integrante di questo parco nazionale di circa tremila chilometri quadrati, in questo punto più comunemente chiamato Katherine Gorge.
Lo scenario, caratterizzato da lunghi canyon sovrastati dalle rossastre rocce alte fino a sessanta metri, è altamente suggestivo, e sono molti i visitatori che percorrono qualcuna delle gole in canoa.
Alla fine della prima, un sentiero attraverso delle rocce conduce a delle gallerie di arte rupestre, presso le quali ci soffermiamo un po’ di tempo prima di cambiare battello, ed iniziare la navigazione della seconda gola. Il silenzio è irreale.
Si susseguono varie spiaggette ai margini delle grandi formazioni rocciose, ed in numerosi punti, alcuni emblematici cartelli vietano espressamente lo sbarco dei turisti a causa della nutrita presenza dei coccodrilli di acqua dolce, localmente chiamati “freshie”, i quali superano raramente i tre metri di lunghezza, e che a differenza dei cugini estuarini non costituiscono generalmente un pericolo per l’uomo, se non espressamente provocati.
Nel corso della navigazione ne scorgiamo diversi e ci appaiono davvero incuranti di tutto, crogiolandosi tranquillamente al sole.

La fine della seconda gola è notevolmente spettacolare. Il fiume Katherine si perde a vista d’occhio in mezzo alle due alte pareti rocciose, parzialmente coperte nella parte bassa da vegetazione, mentre il color arancio delle stesse, fatto brillare dal caldo e basso sole pomeridiano, si riflette nel blu intenso del fiume.
Nuovo cambio di barcone e successiva navigazione nella terza gola, l’ultima contemplata dal nostro giro, dopodiché torniamo indietro, ripetendo l’operazione fino a quella iniziale.
Qui, presso un banco di sabbia ai margini del fiume ci arrestiamo, e dopo mille rassicurazioni sulla tranquillità del posto da parte della guida, possiamo concederci un tonificante bagno della durata di una buona mezz’ora. Mi allontano, nuotando per un po’ in solitudine lungo l’attigua sponda, e proprio mentre stavo godendomi in pieno relax l’incredibile tranquillità di questo magico posto, vengo richiamato dalle insistenti grida di Patrizia e degli altri partecipanti all’escursione.
D’accordo, sarà anche non aggressivo, ma scorgendo dapprima nell’acqua la sua lunga sagoma corazzata, e realizzando in seguito che si trova a poco meno di quindici metri da me, francamente mi si gela il sangue nelle vene, e considerato che non mi sono mai sentito nemmeno lontanamente parente di Johnny Weissmuller, decido di battere prontamente in ritirata e guadagnare precipitosamente la riva.
Sulla via del ritorno, mentre percorriamo il sentiero che conduce al visitor centre, incontriamo un gruppo di canguri che, vinta la normale diffidenza iniziale, e mantenendosi comunque pur sempre ad una dovuta distanza, si lasciano parzialmente avvicinare da Valentina.
Restiamo compiaciuti ad osservarli in silenzio, assieme ad una famigliola locale, di cui facciamo in seguito la conoscenza. Amano spesso trascorrere qui il tardo pomeriggio, in compagnia proprio dei canguri, che a quanto sembra, sono di casa.
Questo piacevole quanto inatteso incontro, ha suggellato nel migliore dei modi questa intensa giornata, trascorsa a stretto contatto con le meraviglie naturalistiche del Northern Territory.
La sera ceniamo presso lo Shangai Chinese Restaurant di Katherine, un piccolo locale che ha i tavoli all’aperto proprio sulla Stuart Highway, dove ci accomodiamo dopo aver acquistato qualche birra presso un vicino bottle shop. Tra un saporito fried rice, ed un ringhioso road train, che transita impetuoso sulla strada, non possiamo far a meno di notare anche le decine di aborigeni che stazionano ubriachi lungo l’aiuola che funge da spartitraffico, e questo triste spettacolo, ancora una volta mi amareggia notevolmente.
Le lancette dell’orologio non hanno ancora toccato le nove, quando abbiamo già percorso centodieci chilometri lungo la Stuart Highway, arrivando a Mataranka, località dove è stato ambientato da Jeannie Gunn uno dei classici della letteratura australiana, intitolato “We of the never never”, in cui viene narrata la dura vita dei pionieri aussie alla fine del diciannovesimo secolo. Svoltiamo a sinistra, raggiungendo per prime le Mataranka Bitter Springs.

Sul posto non troviamo nessuno, ad eccezione di una famigliola di tedeschi che hanno trascorso qui la notte, e stanno preparandosi la colazione fuori dal proprio camper.
Ci troviamo a ridosso dell’Elsey National Park, costituito da una porzione di foresta pluviale in pieno bush, nel quale scorrono i fiumi Waterhouse e Roper. Una piccola passeggiata attraverso una vegetazione tipicamente tropicale ci conduce alle piscine termali, che sono caratterizzate da una limpida acqua verde smeraldo, ma, soprattutto, da una temperatura costante attorno ai trentaquattro gradi.
L’ambiente è quello tipico di un classico stagno, attorno a cui cresce una folta vegetazione costituita da piante, grossi alberi e fitte canne di bambù, ed effettivamente non invoglia molto ad immergersi, sebbene l’acqua sia un vero e proprio brodo e ci induca rapidamente a farci coraggio, beneficiando in completa solitudine di un eccezionale bagno mattutino in questa sorta di oasi in mezzo all’outback.
Riprendiamo l’auto, raggiungendo in seguito le famose “thermal pool”, tappa quasi obbligata di tutti i viaggiatori che percorrono la Stuart Highway, dove arriviamo dopo aver attraversato il Mataranka Homestead.
Qui l’ambiente è più curato rispetto alle “bitter springs”, malgrado la piscina naturale sorga ugualmente in un contesto naturalistico altamente spettacolare, costituito da una rigogliosa vegetazione.
L’acqua, sempre sui trenta gradi, è incredibilmente trasparente e le numerose particelle di calcare disciolto le conferiscono un irreale color verde acceso. Si tratta veramente di un posto incredibile, dove trascorriamo gran parte della mattinata, in compagnia di qualche turista australiano.
Percorriamo successivamente un sentiero all’interno del parco, il quale ci conduce a ridosso del Roper River, dove un perentorio cartello avverte i visitatori che lo stesso è abitato da coccodrilli d’acqua dolce. Vicino alla riva il fiume è particolarmente pulito e scorgiamo nitidamente numerosi pesci ed alcune simpatiche tartarughine. Riprendiamo quindi la Stuart Highway in direzione Katherine, dove giungiamo attorno all’ora di pranzo, fermandoci a far spesa presso il locale supermercato Woolworths.
Numerosi motel australiani consentono ai propri ospiti di usufruire di un’area appositamente attrezzata per il barbecue, così ne approfittiamo, e sotto un caldo sole, mi ritrovo poco dopo a cuocere bistecche in un verde praticello d’Australia, dove ogni tanto, al di fuori della staccionata fa capolino un wallaby, che incuriosisce particolarmente Valentina. Insalatona gigante, megabistecca, qualche bella QVB ghiacciata, quiete allo stato puro e piccoli parenti dei canguri che saltellano intorno.
Sì, direi che il quadro è decisamente perfetto e può tranquillamente rappresentare uno scorcio d’Australia a lungo rincorso nei sogni.
Siamo ancora sulla Stuart Highway, che percorriamo questa volta per circa quaranta chilometri in direzione nord, fino ad imboccare sulla destra la strada che, in venti chilometri, ci conduce alle Edith Falls, nel Nitmiluk National Park. Le cascate sono parzialmente asciutte, ma il bel laghetto sottostante, circondato da pandani ed eucalipti invita a bagnarsi, malgrado l’acqua sia sensibilmente gelida. Anche qui ci sono numerosi sentieri più o meno lunghi, oltre all’immancabile area dove accendere il barbecue, questo pomeriggio occupata da un numeroso gruppo di aborigeni.
Il giorno successivo, al mattino presto lasciamo definitivamente Katherine, i cui spettacolari dintorni meritano un posto d’onore tra le più belle località ammirate durante questo viaggio.
Sostiamo all’Hayes Creek Roadhouse, dove consumiamo uova fritte e bacon in compagnia di alcuni pittoreschi e barbuti conducenti di road trains. Proseguendo la nostra marcia lungo la Stuart Highway, ventisette chilometri dopo aver superato la località di Adelaide River voltiamo a sinistra in direzione di Batchelor, porta d’ingresso al Litchfield National Park, che raggiungiamo dopo una mezz’ora.
Litchfield National Park
Va detto, questo parco è a mio parere uno dei più spettacolari dell’intera zona. Effettuiamo la nostra prima tappa al Magnetic Termite Mounds, magnifici nidi dall’aspetto di enormi lastre paragonabili a delle grosse pietre tombali disseminate lungo il terreno, che le termiti bussola erigono sapientemente orientandoli da nord a sud, ottenendo in questo modo un costante controllo della temperatura, a seguito dell’esposizione della superficie minore al sole.
La nostra successiva sosta avviene in prossimità delle Florence Falls, che ammiriamo dall’alto, prima di scendere nel sottostante laghetto, dove ci concediamo un rigenerante bagno nelle sue fresche acque circondate da lussureggiante vegetazione, in compagnia di una scolaresca costituita da ragazzi aborigeni.

Ci spostiamo in seguito ai Buley Rockhole, dove un torrente ha scavato nei secoli diverse grosse piscine naturali, separate tra loro da rocce e piccole cascate. Il posto è straordinario e vi trascorriamo diverso tempo, rilassandoci in queste acque smeraldine, nonché godendo di naturali idromassaggi aggrappati alle rossastre rocce che frenano l’impetuoso corso del piccolo fiume.
All’ingresso delle Wangi Falls troviamo il solito cartello che avverte i visitatori circa la possibile presenza dei freshwater crocodiles, e malgrado le cascate abbiano in questa stagione una portata limitata, il bacino d’acqua che le stesse creano è altamente spettacolare, essendo interamente circondato da vegetazione, che si riflette conferendogli un caratteristico color verdognolo.
Stranamente Valentina non si allontana di molto dalle scalette in pietra che scendono in acqua e questo ci sembra alquanto strano, considerato che finora difficilmente si riusciva a contenerla nei numerosi bagni effettuati nei parchi del Northern Territory.
Quando Patrizia la invita a raggiungerla pochi metri oltre, la sua risposta ci fa scoppiare in una grande risata: “non ci penso nemmeno mamma, io sto bene qui, ho sentito che ci sono i coccodrilli, quelli che ieri volevano mangiare papà”.
Le Tolmer Falls, poco più di un rigagnolo d’acqua, costituiscono la nostra ultima tappa nel Litchfield National Park, ed attraverso strade costellate di fitti boschi di eucalipti, prendiamo la direzione della Stuart Highway e di Darwin, che raggiungiamo circa 130 chilometri dopo.
La sera ci rechiamo presso il Wharf Precinct, dove le vecchie banchine sono state ristrutturate, creando un centro di ritrovo costituito da numerosi stand gastronomici, specializzati per lo più in frutti di mare e crostacei, ma dove trova posto anche l’onnipresente cucina asiatica.
Tra i numerosi abitanti di Darwin, qualche turista, un piatto di ostriche e frutti di mare, un kao pad thai, ed un paio di bottiglie di vino, la nostra serata, l’ultima per quest’anno in terra australiana, scivola malinconicamente sotto un cielo che sembra più stellato del solito.
Il giorno seguente un aereo ci condurrà a Singapore, dove sosteremo per l’ennesima volta prima di tornare in Italia, ma il viaggio inizia ora, ed il perché ve l’ho scritto all’inizio del racconto: l’Australia è sempre lì, dall’altra parte del mondo, sottosopra nel planisfero, fissa nei miei pensieri, e semichiusa a mò di puzzle nel nostro personale cassetto dei viaggi.
Puzzle a cui ogni tanto aggiungiamo un tassello, ammirandone compiaciuti la progressiva realizzazione, fino al fatidico giorno del suo futuro completamento.
Perché l’Australia lo sa, conosce la nostalgia che sta attanagliandoci e ci aspetta, consapevole come noi che prima o poi torneremo a percorrere i suoi spazi infiniti, ad ammirare i suoi infuocati tramonti, a respirare i suoi grandi silenzi, ad immergerci nella sua incredibile natura.
Sa che ancora una volta, prima o poi, torneremo a viaggiare… Down Under.





Tra i vari territori e stati australiani l’unico che non ho ancora visitato è proprio il Northern Territory. Arriverò anche li sicuramente e il Top End è ovviamente un must
Tra i vari territori e stati australiani l’unico che non ho ancora visitato è proprio il Northern Territory. Arriverò anche li sicuramente e il Top End è ovviamente un must
Panoramica chiara e molto concreta sul Top End australiano. Davvero utile la spiegazione sull’impatto delle stagioni piovose tra Kakadu e Litchfield, con ottimi consigli per gestire distanze e itinerari sulle strade del Nord senza imprevisti.
Caro Ben, ogni volta che leggo le vostre avventure australiane io viaggio insieme a voi, in quella terra rossa e selvaggia, fatta da silenzio e un’atmosfera che per me rimane una delle più magiche, Darwin e il top end sono solo due ore da Bali e questo viaggio è in programma da anni, prima o poi ci arriverò e i tuoi consigli saranno super preziosi.
Una zona della quale non conoscevo nemmeno l’esistenza, per cui è stato interessante leggere questo articolo e scoprire qualcosa in più. Impressionante il coccodrillo che salta fuori dall’acqua per addentare il suo pasto!
Il tuo racconto di viaggio rende benissimo le atmosfere australiane, quella natura selvaggia, gli infiniti spazi che sembrano vuoti e vuoti non sono mai, la cultura millenaria e misteriosa dietro quei graffiti aborigeni, gli incontri inaspettati. Per te, che ormai conosci bene tanti aspetti diversi, è mal d’Australia, per me una curiosità un po’ sospettosa per un ambiente tanto diverso da quello a me più familiare. Le tue descrizioni fanno sognare l’avventura.
Ogni volta che sento nominare Darwin subito mi viene in mente il film “Australia” a cui sono molto affezionata!
La multa fa ricordare con un poco di amarezza forse il luogo, ma le pitture rupestri che avete visto… Valgono bene i dollari spesi!