Australia dove la terra è rossa, la seconda tappa del viaggio on the road di Ben.
Appena mezz’ora di volo, ed il paesaggio sottostante cambia radicalmente. L’aereo sorvola immense distese desertiche, che variano cromaticamente dall’arancio all’ocra. Tre ore circa dopo il decollo, atterriamo al piccolo Connellan Airport, ma dai finestrini avevo già chiaramente intravisto il mito.
Sì, perché se abbiamo definito l’Opera House quale icona di Sydney per eccellenza, Ayers Rock, o meglio, Uluru, è presumibilmente il simbolo stesso dell’Australia, ed in vita mia, già a partire dai primi libri di scuola, avrò visto la sua imponente sagoma raffigurata migliaia di volte.
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Australia dove la terra è rossa, inizia il viaggio
Patrizia e Valentina si occupano del ritiro dei bagagli, mentre io mi dirigo verso il banco della Trhifty, dove però non trovo nessuno. Un cartello scritto a penna indica di telefonare per contattare un operatore, e così mi ritrovo a parlare con una certa Gwendy, la quale mi dice che in cinque minuti al massimo sarà da me.
Poco dopo, mi si presentano infatti due immense e statuarie gambe parzialmente coperte da un minuscolo pantaloncino in jeans, ed un prototipo della Barbie moderna dagli occhi di giada mi saluta energicamente con un sorriso sfolgorante, controlla la mia prenotazione e stampa il relativo contratto di noleggio.
Spiegandomene il significato, mi indica ogni volta i vari punti in cui apporre la firma, dicendo “OK?” e sorridendo con i suoi cinquecentomila bianchissimi denti. Firmo il contratto, ma lo confesso, in questo momento potrei anche firmare una cambiale senza accorgermene… che Dio benedica l’Australia e le sue splendide creature!
La nostra auto si trova proprio fuori l’uscita, ed il seggiolino per Valentina è in terra, capovolto, come buttato lì per caso.
Mentre sistemo i bagagli, mi prude costantemente il viso. Poso un borsone, mi gratto, ma continua a prudermi, introduco una valigia, mi gratto, ma niente, che palle ragazzi, avverto sempre più fastidio. Scoprirò presto che non si trattava di prurito, quanto di un paio delle migliaia di onnipresenti, fastidiose ed appiccicosissime mosche, che caratterizzeranno il nostro viaggio nel Northern Territory australiano.
Yulara
Finalmente siamo però a bordo, direzione Yulara, dove prendiamo rapidamente possesso della nostra camera, smaniosi di dirigerci alla volta del grandioso monolito, distante una ventina di chilometri.

Uluru si materializza improvvisamente sulla strada, delineandosi sempre più nitidamente dopo la Park Entry Station, dove sborsiamo 25 dollari australiani a testa, per un permesso valido tre giorni.
La nostra prima tappa è il Cultural Centre, la cui particolare forma è ispirata nelle linee a Kuniya e Liru, i due serpenti ancestrali della mitologia Anangu. Qui, per volontà dei legittimi proprietari, vige il divieto assoluto di fotografare. Dal 1985 il parco nazionale di Uluru – Kata Tjuta è stato restituito dal governo australiano agli originali possessori, gli Anangu, pur mantenendone la gestione per 99 anni.
Il centro culturale fornisce ai visitatori varie informazioni sulla cultura Anangu e, tramite delle fotografie, numerosi pannelli audiovisivi, esposizioni scritte in più lingue e video, i viaggiatori vengono introdotti ai principi fondamentali della Tjukurpa, di cui riporto di seguito testualmente alcuni passi esposti, al fine di rendere parzialmente un’idea sui contenuti della stessa, nonché sul grande significato religioso che gli Anangu attribuiscono ad Uluru:
La legge Tjukurpa
“La legge Tjukurpa costituisce il fondamento della cultura Anangu. Essa stabilisce le regole per il comportamento e il vivere comune.
E’ la legge che impone il rispetto tra le persone e tra queste e la terra che dà sostentamento alla gente. La legge Tjukurpa, che risale all’epoca della creazione, continua a disciplinare i rapporti al giorno d’oggi. La legge Tjukurpa regola i rapporti tra persone, piante, animali e le caratteristiche fisiche della terra.
La stessa legge offre spiegazioni sulla formazione, sul significato e sulla conservazione di tali rapporti. La legge Tjukurpa è stata tradotta come “Dreaming” o “Dreamtime”, ossia come “Tempo dei sogni”.
Tale traduzione però è invero inesatta, poiché la Tjukurpa non si riferisce ai sogni secondo il significato tradizionale della cultura occidentale; non si tratta di un fenomeno irreale o immaginario.
La Tjukurpa è la legge tradizionale che spiega l’esistenza e disciplina la vita quotidiana. La Tjukurpa racchiude in sé stessa il concetto dell’esistenza, nel passato, il presente e il futuro. La Tjukurpa dà una risposta a importanti quesiti quali la creazione del mondo e il modo in cui gli esseri umani e tutti quelli viventi si inquadrano nel concetto globale della vita. Essa forma la base di tutte le leggi che governano la natura e tutti gli esseri viventi. La Tjukurpa è tutta attorno a noi nel paesaggio stesso.
Quando gli Anangu osservano la terra, e ogni sua caratteristica, e tutte le sue creature, essi vedono i segni della presenza vivente degli antenati. Uluru e le sue molte caratteristiche, continuano a raccontarci della Tjukurpa. In principio, il mondo era privo di forma e fisionomia.
Esseri atavici emersero da questo vuoto e viaggiarono in lungo e in largo, creando tutte le specie viventi e le caratteristiche del paesaggio desertico che vediamo oggigiorno. Uluru e Kata Tjuta offrono una prova fisica delle attività e dei viaggi degli esseri atavici che vengono tramandati sin da allora, nella storia, canti, danze e cerimoniali.

La conoscenza del modo in cui prendersi cura della terra, animali piante e genti è stata tramandata da generazione a generazione sotto forma di Tjukurpa, la legge, cioè, degli Anangu. Uluru e Kata Tjuta fanno parte di una grande rete di luoghi importanti, collegati l’uno con l’altro da iwara (sentieri), formati da diversi antenati durante i loro viaggi. In tutte le direzioni, Uluru e Kata Tjuta sono collegati con persone e luoghi. Le pianure di sabbia e le zone boscose del parco e oltre sono piene di segni dei viaggi degli antenati.”
Il posto suscita grandissimo rispetto, ed è quasi d’obbligo girare tra le sue stanze nel silenzio più assoluto, in una sorta di raccoglimento spirituale e con una conseguente contemplazione sul significato di quanto si sta apprendendo.
Percepisco però nello stesso tempo anche un senso di vuoto, dovuto più che altro alla mancanza fisica degli aborigeni nel loro centro culturale, presieduto invece dagli onnipresenti rangers australiani.
Sì, perché malgrado sia scritto un po’ ovunque che gli Anangu collaborano strettamente con l’ANCA (Australian Nature Conservation Agency) per amministrare Uluru, va anche detto che, pur trovandosi di fatto in territorio aborigeno, nel parco, il visitatore entra poco in contatto con gli Anangu, a meno che non partecipi alle loro escursioni, comunque sempre parzialmente gestite da bianchi australiani, che si occupano per loro conto delle prenotazioni presso gli uffici dell’Ayers Rock Resort, e dei trasporti.
Sarà forse un caso, ma durante l’arco della nostra visita, nel parco stesso non incontreremo nessun ranger aborigeno, come invece si verificherà tra qualche giorno in altri parchi nazionali del Top End.
Insomma, questa netta prevalenza di bianchi australiani, secondo me stona con la sacralità del luogo in cui ci troviamo, e questi 99 anni di gestione mi appaiono altresì molto come 99 anni di ulteriore sfruttamento, ora, soprattutto anche dell’immagine.
Australia dove la terra è rossa iconico Uluru
Dopo un paio d’ore ben spese nel Cultural Centre, raggiungiamo il parcheggio del Mutitjulu Walk, teatro di un’epica battaglia tra i sopraccitati Kuniya e Liru, ed iniziamo la nostra passeggiata lunga circa un chilometro alla base del monolito, che da vicino presenta una configurazione molto particolare, essendo la sua forma notevolmente diversificata, costituita da varie montagnole che si intersecano tra loro, rocce frastagliate che si alternano a profili tondeggianti, anfratti, speroni rocciosi più o meno aguzzi, piccole caverne disseminate in ordine sparso, e poi, ancora tratti in cui la vegetazione cresce anche sulla parte inferiore della roccia, altri in cui invece si avvicendano alberi a spoglie porzioni di terreno rosso, dove trovano spazio unicamente piccole steppe sparse di spinifex.

Tutt’intorno regna un silenzio irreale, interrotto unicamente dal rumore del vento. Il sentiero termina presso il Mutitjulu Waterhole, stagno permanente alla base del monolito, secondo le cui leggende rappresenta la casa di Wanampi, un serpente d’acqua ancestrale.
Ci troviamo per un po’ in completa solitudine, immersi nella magia di questo posto davvero unico. Proseguiamo in seguito lungo una parte del sentiero di circa nove chilometri, che compie il periplo del monolito, dopodiché torniamo indietro, avviandoci verso il parcheggio, senza poter fare a meno di constatare il continuo cambio di colori a cui è soggetto Uluru, grazie anche all’alternarsi di zone ombrose, ad altre illuminate dal sole.
Una mezz’ora prima del tramonto, siamo posteggiati sull’apposito lookout in compagnia di numerosi altri visitatori, comunque per la maggior parte australiani, ed è simpatico vederli dapprima apparecchiare i propri tavolini pieghevoli in direzione del monolito, quindi tirar fuori scintillanti calici e relative bottiglie di vino, in questo angolo di deserto rosso.
Ma l’attenzione è ovviamente tutta dedicata ad Uluru, che muta continuamente colore, fino quasi ad infiammarsi di rosso, suscitando varie esclamazioni di stupore da parte dei tanti visitatori presenti.
Lo si percepisce, è giustamente un luogo sacro, e dovrebbe esserlo per tutti.
L’importanza del rispetto per un luogo

Il giorno successivo, sotto un sole splendente torniamo ancora al monolito, posteggiando la macchina presso il parcheggio del Mala Walk. Iniziamo dunque la nostra passeggiata, non potendo però fare a meno di soffermarci qualche istante dinnanzi al triste spettacolo, a cui loro malgrado assistono i nostri occhi.
Ho sempre pensato che tra tutti gli esseri viventi, l’uomo sia il peggiore e vedere quest’oggi scalare Uluru da parte di numerosi visitatori, non può sfortunatamente che confermare il mio triste pensiero. Non ha senso venire in questo angolo desertico del centro Australia per visitare Uluru, e poi scalarlo. No, non ha alcun senso.
Non ha senso compiere una piccola impresa di cui vantarsi, calpestando contestualmente il credo religioso di un popolo, già oltretutto vilipeso da anni di ingiustizie. E se ho spesso letto di pseudo viaggiatori che dopo la scalata hanno successivamente recitato il mea culpa, dicendo che non erano assurdamente a conoscenza della sacralità del luogo, oggi, capisco invece che hanno sempre mentito, al fine unico di giustificare il proprio egoismo, poiché, posizionato giusto all’inizio del sentiero che conduce in cima, un cartello scritto in varie lingue, tra cui l’italiano, recita testualmente: “Stai salendo su di un sito molto importante…. Non dovresti salirci.
Salirci non rivela la vera importanza del sito. La cosa più importante è ascoltare tutto attorno… Questa è la cosa giusta da fare. Questa è la maniera giusta: non salire in cima.” Lo stesso cartello, poi, incita i viaggiatori a non rischiare la propria vita tentando la scalata. Già, perché oltretutto, ogni anno qualche visitatore muore colpito da infarto, od a seguito di qualche accidentale caduta.
Tempo addietro erano state anche piantate delle croci per commemorare le vittime, ma furono successivamente tolte, perché se dicevamo che l’uomo è il peggiore tra tutti gli esseri viventi, probabilmente il turista incarna la peggior specie tra gli uomini. Infatti, prima di iniziare la scalata su Uluru, molti amavano addirittura farsi fotografare davanti alle croci… e perdonatemi davvero se a questo punto, non me la sento di aggiungere altro in merito.
Il nostro percorso è estremamente piacevole e si snoda attraverso scenari naturali di incredibile bellezza, in cui la roccia del monolito, quest’oggi di un inverosimile arancione acceso, contrasta nettamente con il verde della vegetazione circostante, ed il cielo terso.
Mala Walk
Il Mala Walk è lungo due chilometri, ed offre al visitatore diversi punti interessanti in cui soffermarsi, come ad esempio delle pregevoli gallerie d’arte rupestre. Lungo il tragitto sono disseminate varie zone sacre in cui è vietato entrare, così come, in differenti aeree, vige anche il divieto di fotografare.

Il nome Mala indica l’Hare-Wallaby, un piccolo marsupiale ritenuto sacro dagli aborigeni locali, e questo sentiero si dirama appunto attraverso alcuni luoghi un tempo abitati dai Mala, dove, secondo le leggende Anangu, è possibile ammirare i segni della creazione da parte di questi esseri ancestrali.
Avvicinandosi al Kantju Waterhole, troviamo una splendida panchina in legno intarsiato, su cui ci soffermiamo un po’ di tempo, godendo di un’incredibile quiete.
Considerata l’importanza religiosa del punto in cui ci troviamo, su esplicita richiesta degli Anangu, che per anni hanno effettuato questo percorso per raccogliere l’acqua dalla vicina pozza naturale, bisognerebbe rimanere in assoluto silenzio, ascoltando unicamente il rumore del vento che bisbiglia attraverso gli alberi.
Mi colpisce particolarmente una frase, in cui si sostiene che il visitatore è privilegiato a trovarsi in questo posto, e pertanto gli si raccomanda di camminare in silenzio, rispettando la sacralità del luogo. Osservo la roccia di Uluru attraverso gli alberi, poi guardo Valentina e Patrizia e respiro a pieni polmoni il vento a cui vorrei urlare la mia gioia e la mia commozione.
Sì, lo ammetto, a volte mi considero un privilegiato.
Kata Tjuta
Nel pomeriggio abbiamo un primo assaggio di vero outback, coprendo i 50 chilometri che ci separano dai Kata Tjuta (molte teste), che vediamo dapprima dall’apposito lookout ubicato lungo la strada, dove si riesce ad avere un’ottima visione in lontananza delle 36 massicce cupole in arenaria, chiamate Olgas nella seconda metà del diciannovesimo secolo dall’esploratore Ernest Giles, in onore della regina Olga di Wurttemburg.

Sembra quasi superfluo sottolinearlo, ma il posto è altamente spettacolare e mentre ci avviciniamo al parcheggio, dal cielo parzialmente coperto fuoriescono dei caldi raggi di sole che fanno incredibilmente brillare le rocce, che Giles descrisse nel suo rapporto come dei “minareti arrotondati, cupole giganti e a volte mostruose”.
Valentina inizia a dare segni di stanchezza, e tralasciamo dunque l’impegnativa “Valley of the Winds”, un percorso lungo 7,4 chilometri, a favore del Walpa Gorge Walk, sentiero che si snoda per oltre due chilometri e mezzo attraverso una stretta gola dalle alte pareti, che sembrano quasi divertirsi a cambiar colore man mano che andiamo avanti, fino a raggiungere una pozza d’acqua parzialmente prosciugata.

Purtroppo il cielo nuvoloso ci impedisce di assistere allo spettacolo del tramonto infuocato sui Kata Tjuta, e mentre percorriamo i 50 chilometri a ritroso verso l’Ayers Rock Resort, improvvisamente cala il buio.
Australia dove la terra è rossa : il Northern Territory
Domani lasceremo Uluru, questo posto così importante dal punto di vista religioso per le comunità locali, e da occidentale mi rendo conto di non esser riuscito a percepire pienamente la sua grande sacralità, né tanto meno di averlo descritto in queste righe come avrei voluto, perché credo che solo vedendolo di persona, osservandone il continuo mutamento cromatico che lo contraddistingue, visitando il Cultural Centre degli Anangu, leggendo sul posto qualcosa sulla Tjukurpa, e percorrendo alla sua base i sentieri in terra battuta intrisi di leggende, ed abitati da personaggi ancestrali, si potrà forse capire cos’è realmente Uluru. Forse.
Cifre, e sono davvero incredibili quelle fornite dall’Ente Turistico del Northern Territory, che riporto testualmente:
Un terzo della popolazione del Northern Territory è di origine aborigena.
Il Northern Territory è per il 95% di proprietà degli aborigeni. Tutti possono visitare le zone più conosciute, ma per alcune località e regioni può essere necessario un permesso.
Nel Northern Territory ci sono ben 21 parchi nazionali.
Nel Northern Territory vivono circa 400 specie di uccelli, 150 specie di mammiferi, 300 specie di rettili, 50 specie di rane, 60 specie di pesci d’acqua dolce e diverse centinaia di specie di pesci marini.
Alcuni di questi uccelli ed animali vivono esclusivamente nel Northern Territory, principalmente ad Arnhem Land e nella zona di Kakadu.
Il Northern Territory si estende per circa 1.364.000 chilometri quadrati, vale a dire circa un sesto dell’Australia intera, e la sua popolazione conta appena 200.000 abitanti.
Il Northern Territory è grande quasi quanto Italia, Francia e Spagna messe insieme.
Mentre nel Northern Territory mi accingo a percorrere il primo dei 450 chilometri circa che separano Yulara da Alice Springs, confesso di non essermi mai sentito così piccolo in vita mia.
outback
Una vecchia pubblicità dell’Australia diceva che è difficile dare una definizione di “outback”, ma una volta che vi si troverà nel mezzo, il viaggiatore potrà facilmente coglierne il significato.
Dopo aver guidato per oltre un’ora senza aver incrociato una macchina, lungo uno strada che si perde perennemente all’orizzonte, la quale attraversa immense distese di rossicci territori desertici in cui abbiamo intravisto appena un paio di canguri ed un dingo aggirarsi spauriti tra radi cespugli di spinifex, credo di aver intuito il senso di tale termine, ed il Northern Territory è probabilmente la patria dell’outback per antonomasia, tanto che, sulle targhe delle proprie automobili, è riportata in rosso proprio l’emblematica scritta “Northern Territory Outback Australia”.
La Lasseter Highway è un cimitero. Sì, un cimitero di 244 chilometri, lungo il quale si susseguono ripetutamente carcasse più o meno grandi di canguri investiti, e pneumatici squartati che hanno pesantemente pagato dazio all’outback, mentre il Monte Conner, che si staglia improvvisamente sulla nostra destra, sembra vagamente Uluru, sebbene il suo profilo sia più squadrato e rammenta geometricamente un enorme trapezio con la base piantata nel bush.
Tre ore circa dopo aver lasciato l’Ayers Rock Resort, all’altezza di Erldunda imbocchiamo in direzione Alice Springs la mitica Stuart Highway, strada che attraversa l’Australia da Adelaide a Darwin, ed il cui nome rende onore all’esploratore scozzese John McDouall Stuart, che riuscì nella storica impresa di aprire questo passaggio da sud a nord.
Lungo il percorso intravediamo dei dromedari, che di fatto discordano in questo contesto paesaggistico, dove invece ti aspetti da un momento all’altro che un canguro ti tagli la strada, malgrado occorra dire che l’Australia sia l’unico paese al mondo dove i dromedari vivano attualmente allo stato brado. Furono infatti usati per trasportare materiali durante la costruzione della ferrovia che copriva il tratto da Adelaide ad Alice Springs, ma una volta terminati i lavori vennero lasciati liberi. Oggi, le stime parlano di circa centomila esemplari…
Alice Springs
Poco dopo le tredici entriamo ad Alice Springs, la più grossa città del Central Australia, sempre ovviamente se possiamo definire città un agglomerato di basse case in cui vivono poco più di venticinquemila persone, ed una griglia di poche strade parallele in mezzo ai MacDonnel Ranges.
Originariamente, era solo una delle dodici stazioni presenti lungo il territorio australiano della linea telegrafica che, in partenza da Darwin, manteneva in contatto il paese con il resto del mondo tramite un cavo sottomarino, che arrivava a Giava.
La stazione sorgeva presso un fiume a cui fu dato il nome di Todd, che all’epoca era il sovrintendente dei telegrafi, mentre le vicine sorgenti, appunto “springs”, presero il nome di sua moglie, Alice.
Alice Springs, come venne in seguito chiamata, si è sviluppata solo nella seconda metà dello scorso secolo, tanto che, negli anni ’50, la sua popolazione era stimata appena attorno al migliaio di abitanti. Oggi è un importante tappa in cui fermarsi mentre si viaggia lungo la Stuart Highway, e presenta alcune attrattive degne di interesse, tra cui proprio la vecchia stazione del telegrafo, ma anche la sede del “Royal Flying Doctor Service”, che fornisce cure mediche “volanti” nelle aree remote del territorio, nonché inoltre la prima “Scuola dell’aria” nata in Australia, in cui si svolgono lezioni via radio per quei bambini che abitano nelle distanti fattorie dell’outback, od in altri luoghi solitari, dove non sorgono scuole.
Dopo esserci sistemati in un motel ubicato vicino al Todd Mall, passeggiamo un po’ lungo il medesimo tratto pedonale, accomodandoci successivamente ad un tavolo all’aperto di uno dei tanti locali che lo occupano.
Riflessioni di un viaggiatore
Come avevamo notato sin dal nostro ingresso in città, ad Alice Springs la presenza degli aborigeni è rimarchevole, così come saltano subito agli occhi le disagevoli condizioni in cui vivono. Vediamo passare intere famiglie vestite di miseri cenci, con i bambini scalzi ed il moccolo al naso.
Altri camminano senza una meta apparente, come tanti zombie, e con lo sguardo perso nel vuoto, mentre altri ancora sono palesemente ubriachi, e badate che non sto scrivendo di qualche caso isolato, ma di tante persone, sfortunatamente troppe, che non avrei mai voluto vedere ridotte in questo stato.
Quello che però più mi colpisce, è la netta separazione tra bianchi ed aborigeni, che sembrano vivere in due mondi paralleli nella stessa città, ignorandosi reciprocamente.
Nei vari negozi non ci sono commessi di origine aborigena, in banca non ci sono cassieri aborigeni, così come nei supermercati, nelle reception degli alberghi, presso le compagnie di autonoleggio, nelle gallerie d’arte. Loro sembrano non far parte della vita quotidiana di Alice Springs, eppure sono qui, vivono e circolano a decine sulle strade di questa cittadina dell’Australia Centrale.
Quattro anni fa, lasciando il Queensland annotai sul mio diario: “Parto dall’Australia con il grande desiderio di tornarci, ma, nonostante le innumerevoli bellezze viste, lascio questo paese con l’amaro in bocca e con un sottile velo di tristezza, dovuto ad alcune infelici impressioni ricavate dal punto di vista sociale”.
Oggi, a distanza di quattro anni, seduto ad un tavolo nel bel mezzo della stessa Australia, percepisco purtroppo quelle medesime impressioni, e le avverto ancor più negative, tanto che mi fanno star davvero male, perché rappresentano una grossa stonatura in un paese che sto sempre più amando.
Stonatura, o meglio ancora ingiustizia, che non comprendo, né tanto meno accetto, e mi tornano in mente tutti quei dati raccapriccianti che all’epoca avevo raccolto e scritto circa gli originari abitanti dell’Australia, che solo nel recente 1967 hanno ottenuto la cittadinanza, nonché diritti civili e di voto.
Mi vengono in mente quelle spaventose statistiche, che dicono che le speranze di vita di un aborigeno sono di circa 20 anni inferiori rispetto agli altri.
Quelle statistiche che dicono ancora che il 90% di loro è analfabeta, ed il 90% dei carcerati australiani è nero, che le mortalità infantili sono largamente diffuse tra gli aborigeni e praticamente inesistenti tra gli alti abitanti, che le loro malattie, prevalentemente dovute ad un’errata alimentazione e, soprattutto all’alcol, sono praticamente infinite, così come non posso far a meno di pensare che l’Australia è il solo paese sviluppato a trovarsi ai primi posti nel mondo per l’incidenza del tracoma, malattia infettiva che porta alla perforazione della cornea ed alla conseguente cecità, tracoma che, è inutile dirlo, è diffuso quasi esclusivamente tra gli aborigeni.
D’accordo, non tutti gli aborigeni vivono così, fortunatamente alcuni abitano in zone remote, al di fuori delle comuni rotte turistiche e lontano anche dagli stessi bianchi australiani, conducendo una vita più o meno simile a quella dei loro antenati.
Altri hanno provato ad organizzarsi promulgando la loro cultura, facendo udire la propria voce, producendo e vendendo pregevoli oggetti d’artigianato, tuttavia in molti, purtroppo davvero troppi, sono ancora toccati da vicino da quelle spaventose statistiche, e questa palese separazione razziale, che risulta così evidente nelle cittadine dove fanno parte integrante del tessuto sociale, come appunto Alice Springs o la stessa Katherine a nord, in cui ci recheremo tra qualche giorno, rende ancor più incomprensibile quell’atroce e cinico “esperimento sociale” effettuato tra il 1918 ed il 1970 dai vari governi australiani, noto con il nome di “Stolen Generation”, la generazione rubata.
Un numero stimabile attorno ai 100.000 bambini vennero sottratti con la forza alle proprie famiglie, inviati in centri di assistenza statali, o dati in affidamento a nuclei familiari distanti centinaia di chilometri dalle proprie case. Lo scopo era quello di far integrare questi bambini nella cosiddetta “civiltà”, allontanandoli dalla povertà e dalle situazioni di disagio, a cui sarebbero inevitabilmente andati incontro, crescendo da…aborigeni.
Nella maggior parte dei casi quei bambini ricevettero un’istruzione sommaria, oltre a vari maltrattamenti fisici e psicologici, che spesso li indussero a fuggire provando a trovare la via di casa, a sfociare nell’alcolismo, od a tentare il suicidio. Si tratta di un’orribile e vergognosa macchia nella recentissima storia australiana e nella stessa storia dell’umanità.
Quest’oggi, nelle numerose gallerie d’arte di Alice Springs, alcune tele aborigene vengono vendute anche per diverse decine di migliaia di dollari australiani. Qualche facoltoso turista le acquisterà, arredando con una vera opera d’arte la propria casa, che gli ricorderà per sempre l’Australia, sì, perché, bellezze naturalistiche a parte, la cultura aborigena rappresenta l’altra grande attrazione di questo immenso ed affascinante paese.
Fuori dagli stessi negozi, lungo la strada, decine di bambini aborigeni vestiti con pochi sporchi abiti consunti, camminano e continueranno invece a camminare scalzi alla ricerca di un futuro diverso, che probabilmente non avranno mai.
Non perdete la terza tappa di questo incredibile viaggio, il Top End.


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