La partenza è fissata in un caldo pomeriggio d’agosto, ma il viaggio è in realtà iniziato quattro anni fa, quando, lasciate le coste del Queensland, cominciammo a progettare il nostro ritorno in Australia.
Nella vita, però, si sa, spesso le cose non vanno come si vorrebbe, o perlomeno, come intendiamo pianificarle, e di conseguenza succede poi che, per svariati motivi su cui non mi soffermerò in questa sede, si viaggia negli anni in altri posti del mondo, pur non dimenticando il progetto iniziale, che resta comunque sempre vicino ai nostri cuori.
Infatti, quando con mia moglie consideravamo nuove mete in cui peregrinare, la domanda che reciprocamente ci ponevamo, inevitabilmente era sempre la stessa: “E l’Australia, allora?” Già, l’Australia.
L’Australia era sempre lì, dall’altra parte del mondo, sottosopra nel planisfero, fissa nei miei pensieri, e semichiusa a mò di puzzle nel nostro personale cassetto dei viaggi.
Un puzzle a cui ogni tanto aggiungevamo un tassello, e di cui ammiravamo compiaciuti la progressiva realizzazione, fino al fatidico giorno del suo futuro completamento.
Intanto, mese dopo mese ricevevo con impressionante regolarità decine di opuscoli, e confesso che era un sottile piacere rincasare la sera, trovando nella propria buca delle lettere una busta, il cui impresso timbro di provenienza recava nomi come Alice Springs, Sydney, o Darwin, che mi facevano di fatto viaggiare con la fantasia.
E poi, qualcuno di voi crede alle coincidenze? Beh, rimane indubbiamente difficile da raccontare, ma durante i mesi scorsi, in numerose occasioni, e quasi a volermi ripetutamente ricordare qualcosa, ho ascoltato per caso alla radio un vecchio brano intitolato “Down under” dei Men at work, gruppo australiano in voga negli anni ottanta, e quel gradevole ritornello mi era entrato letteralmente nella testa, al punto tale che, durante l’arco della giornata, canticchiavo come un matto
“Do you come from a land down under? Where women glow and men plunder, can’t you hear, can’t you hear the thunder, you better run, you better take cover.”
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Sydney un viaggio Down Under
Stavo anche stavolta inizialmente pianificando un altro viaggio, in un posto completamente diverso, ma mi accorsi che quel vecchio puzzle era ormai terminato, che l’attrazione per l’Australia era sostanzialmente divenuta insostenibile, e che questo, era quindi l’anno giusto per tornare… down under.
Così, dopo aver soggiornato con immenso piacere ancora una volta a Singapore, la terza per la precisione nel corso del nostro girovagare attorno al mondo, in una fresca mattinata di questo inverno australe atterriamo a Sydney, mentre deve ancora sorgere il sole.
Il nostro elegante appartamento, felicemente ubicato lungo la George Street, principale arteria del Central Business District, è dotato di ogni genere di confort, comprese lavastoviglie, lavatrice e lavasciuga. Sì, decisamente un lusso.
La strada sottostante inizia ad animarsi di impiegati in giacca e cravatta, che corrono spediti a prender possesso delle loro postazioni di lavoro, mentre noi iniziamo poco dopo a prendere dimestichezza con le strade di Sydney, dirigendoci a piedi verso il Circular Quay e con lo sguardo rivolto di tanto in tanto sui grandi e luccicanti edifici sovrastanti.
L’aria frizzante invoglia a passeggiare, così giungiamo rapidamente a Macquarie Place, fermandoci di fronte all’obelisco in arenaria sul quale furono impresse le distanze che separavano Sydney dalle altre colonie.
L’artefice di questo monumento fu l’architetto Francis Greenway, un nome che dice probabilmente poco, sebbene detenga un piccolo record mondiale, come quello di esser stato l’unico falsario a comparire su delle banconote ufficiali, in vigore fino a qualche anno fa, e possa in un certo qual modo rappresentare la recente storia dell’Australia, giovane nazione i cui primi abitanti furono per la maggior parte dei forzati.
Greenway giunse a Sydney come detenuto nel 1814. Circa due anni dopo, fu nominato architetto civile da Lachlan Macquarie, governatore dell’epoca. Progettò qualcosa come 40 edifici pubblici, e cinque anni in seguito al suo arrivo in Australia fu graziato. Conobbe fama e benessere, ma morì in disgrazia, sempre a causa della sua poco edificante condotta di vita.
Questa città, che sin dai primi momenti ci sta attraendo, fu fondata nel gennaio del 1788 dal capitano Arthur Phillip, che partì otto mesi prima dall’Inghilterra con undici navi, le quali trasportavano tra l’altro circa 750 condannati ai lavori forzati, che di fatto furono i suoi primi abitanti.
Infatti, una volta perdute le colonie americane a seguito della guerra d’indipendenza, il Regno Unito perse conseguentemente anche il luogo privilegiato in cui sfoltire le proprie sovraffollate carceri, e questa situazione, che negli anni a seguire diventò oltremodo pesante, unita al timore delle mire espansionistiche francesi nel Pacifico, portò gli inglesi a maturare l’idea di istituire in via sperimentale un bagno penale nel luogo decantato da James Cook alcuni anni prima.
In realtà, tessendo le lodi della Botany Bay, che visitò in autunno, quando le piogge rendono solitamente il paesaggio lussureggiante, il grande navigatore non tenne conto nel suo rapporto delle stagioni invertite, così, nel momento in cui Phillip ed il suo carico di galeotti giunsero nella suddetta baia in piena estate, trovarono un posto le cui condizioni climatiche e naturali erano a dir poco avverse per fondarvi una città.
Navigarono quindi ancora verso nord, fino a scoprire uno dei più grandi porti naturali del mondo, il quale si estende per circa venti chilometri verso l’interno, fino alla foce del fiume Paramatta.
Era questo il luogo ideale in cui far sorgere il nuovo insediamento, che in seguito prese il nome di Sydney, ed i cui primi abitanti furono dunque in prevalenza dei forzati, che qui continuarono ad esser deportati per oltre sessanta anni, come viene ben spiegato nel vicino Museo di Sydney, che ci accingiamo a visitare.
Il museo sorge proprio sui resti dell’abitazione del governatore Phillip, fatta erigere nel 1788, ed attraverso vari oggetti, plastici e cartine, illustra la storia della città, nonché la trasformazione dell’ambiente circostante a cui assistettero loro malgrado gli Eora, gli abitanti originari del luogo.
Di particolare rilievo è la Cadigal Place, che mediante delle bacheche in cui sono esposti materiali di uso quotidiano come silice ed ocra, una bellissima canoa originale, ed altri oggetti ancora, rende onore ai Cadigal, il clan aborigeno proprietario della terra su cui sorge oggi il Museum of Sydney.

Circular Quay e Harbour Bridge
Dal museo al Circular Quay il passo è breve. Questo è il posto dove presumibilmente Arthur Phillipp piantò l’union jack, fondando di fatto Sydney e dando vita all’Australia, ma è anche il luogo dove oggi confluiscono i ferries che collegano quotidianamente le altre località della baia al CDB (Central Business District).
Passeggiando lungo la parte destra del grosso molo, notiamo subito la sagoma mastodontica dell’Harbour Bridge, che spicca sull’altro lato. Le cifre inerenti il ponte, testualmente fornite direttamente dall’Ente turistico australiano, sono a dir poco impressionanti: “inaugurato nel 1932, il ponte misura 1.149 metri di lunghezza, pesa 52.800 tonnellate, è tenuto insieme da sei milioni di chiodi e ci sono voluti 272.000 litri di vernice soltanto per il rivestimento iniziale.
La manutenzione del colore è ininterrotta. Occorrono 10 anni e 30.000 litri di vernice prima che sia completata e possa ricominciare di nuovo”.
Il punto di vista è eccezionale, Patrizia sembra entusiasta, ed ancor più Valentina, che detiene lei stessa una sorta di piccolo record, raggiungendo per la seconda volta l’Australia, alla veneranda età di quattro anni e mezzo.
Dunque, ricapitoliamo: l’entusiasmo è quello giusto, abbiamo l’imponente mole in acciaio dell’Harbour Bridge sulla nostra sinistra, la bellissima baia si estende immensa di fronte a noi, gli affollati traghetti solcano le placide acque, gli scintillanti grattacieli del CBD incorniciano la parte retrostante sfidandosi tra loro in altezza, lungo il Circular Quay East, dove ci troviamo ora, si susseguono bar e ristorantini, tutta la passeggiata è affollata di gabbiani, l’aria si è riscaldata, raggiungendo gradualmente la temperatura di circa venti gradi, ottima direi per passeggiare, ed eccellente considerando che qui siamo in inverno.
Opera House icona della città

Sembra tutto perfetto, eppure manca qualcosa. Ma sì, manca l’Opera House, che dopo aver percorso ancora qualche decina di metri, troviamo maestosa dinnanzi a noi, convincendoci davvero che ci troviamo a Sydney.
Già, perché malgrado tutto, l’Opera House è la vera ed indiscussa icona di questa città.
Effetto mediatico e propagandistico, grande pubblicità, oppure semplice retorica in cui sto scadendo, mettiamola pure come vi pare, ma dopo aver a lungo agognato un viaggio, volato per oltre diecimila miglia, aver visto apporre il timbro australiano sul proprio passaporto, aver regolato in avanti di otto ore le lancette dell’orologio, aver finora visitato il museo della città e di conseguenza appreso la sua storia, aver visto il Circular Quay, l’Harbour Bridge e la baia, l’Opera House e dico solo l’Opera House, riesce a farmi esclamare con enfasi: “cazzo ragazzi, ce l’ho fatta, sono a Sydney”!
Passeggiamo quindi lungo il lato sinistro del teatro che, visto da vicino, non sortisce certamente lo stesso effetto iconografico. Sul retro della stesso, si gode però di una fantastica prospettiva della baia in tutta la sua estensione e dell’Harbour Bridge, tanto che una giovane coppia di sposi, l’ha oggi scelta come scenario per le proprie fotografie.
Luogo turistico per antonomasia e simbolo stesso della città, l’Opera House deve la sua esistenza al genio incompreso dell’architetto danese Jørn Utzon, il cui progetto innovativo risultò vincitore tra i 233 presentati, al fine di edificare un teatro dell’opera, nel punto in cui sorgeva un vecchio capolinea tranviario. La costruzione iniziò nel 1959, con un preventivo di spesa stimato attorno ai sette milioni di dollari australiani, ma i problemi non tardarono ad arrivare, ed Utzon si scontrò presto con le forti polemiche legate ad un design così azzardato che, associate a problematiche di carattere puramente tecnico, fecero allungare di molto i tempi di realizzazione e lievitare sensibilmente i costi.
Il primo Marzo del 1966, il Sydney Morning Herald titolò emblematicamente “Utzon Quits Opera House”. Se ne andò dall’Australia, dove non rimise più piede. Furono assoldati degli architetti locali per proseguire i lavori, che tuttavia continuarono ad andare a rilento e con ulteriori aggravi di costi, tanto che, al cospetto di Elisabetta II, il 20 ottobre 1973, data prescelta per l’inaugurazione del teatro, lo stesso era costato circa dieci volte di più rispetto alle stime iniziali.
Jørn Utzon, quel giorno non venne nemmeno nominato.
Dopo aver effettuato il giro completo del teatro in senso orario, giungiamo sulla sua monumentale scalinata, dove ci sediamo in compagnia di moltissima gente di varie nazionalità.
D’accordo, sarà anche un’icona, ed emblema turistico di Sydney per eccellenza, ma restando spensieratamente seduti per qualche tempo sui suoi gradini, anche se non so bene il perché, ci si può davvero sentire come dei cittadini del mondo.
Royal Botanic Gardens il polmone verde di Sydney
Sotto di noi è ubicato l’ingresso dei Royal Botanic Gardens, autentico polmone verde di questa parte della città, la cui superficie complessiva ammonta a circa trenta ettari, decisamente troppi in cui passeggiare quest’oggi, specialmente dopo che Valentina ha adocchiato una sorta di trenino turistico, che coprirebbe l’intero percorso in poco più di mezz’ora.
Si può forse dire di no ad una bambina? Alcuni minuti dopo, in compagnia di qualche anziano turista, un paio di altre coppie con prole al seguito, e l’immancabile comitiva di giapponesi con microscopiche telecamere incorporate, partiamo a bordo, iniziando a percorrere i sentieri situati all’interno di questa specie di museo vivente, il quale annovera decine e decine di piante diverse, tra cui spicca un boschetto costituito da 180 specie di palme differenti, ma anche stagni in cui nuotano anitre ed altre numerose specie di uccelli acquatici, varie fontane ornamentali, curatissime aiuole ricche di fiori, ed altro ancora. Il posto, occorre dirlo, è straordinario.
Le enormi distese di prati all’inglese perfettamente rasati ospitano molti impiegati elegantemente vestiti, del tutto intenti a consumare la loro pausa pranzo dopo aver allestito un bel picnic, così come notiamo diverse scolaresche radunate a semicerchio attorno all’insegnante, mentre più in là, attaccati ai rami di alcuni grandi alberi, ci sono decine di enormi pipistrelli della frutta, che appaiono del tutto irreali in questo contesto, specie se si spazia con lo sguardo poco oltre, dove si stagliano imponenti gli enormi grattacieli vetrati del Central Business District.
Finito il giro passiamo nuovamente lungo il Circular Quay, che nel frattempo si è animato di artisti di strada, turisti, pendolari, saltimbanchi, giocolieri, nonché alcuni aborigeni impegnati ad esibirsi con il loro didgeridoo, i quali, con quell’aspetto da mendicanti, non mi fanno francamente un bell’effetto, ma di questo scriverò successivamente. Imbocchiamo in seguito il Circular Quay West e dopo aver superato il Museo di Arte Contemporanea, raggiungiamo le Campbell’s Storehouses, costruzioni originariamente appartenute al facoltoso mercante Robert Campbell, un tempo impiegate come magazzini, ed oggi trasformate in raffinati ristoranti, da cui si gode una spettacolare vista del Circular Quay e dell’Opera House.
Considerato quindi che è già ora di pranzo, che lo stomaco a ragione si lamenta, e che io non sono certo il tipo che si fa pregare in determinate situazioni, come non approfittarne?
Malgrado ci troviamo nella parte più turistica della città, la maggior parte degli avventori del ristorante dove mangiamo è costituita da australiani, che consumano pranzi di lavoro. La nostra tavola viene imbandita da una dozzina di ostriche per cui la città è rinomata, una bottiglia di chardonnay servito alla giusta temperatura, ed un enorme piatto di crostacei e frutti di mare, mentre dall’altra parte del molo, quasi a volerci ancora ricordare dove siamo, si erge magnifica l’Opera House.
Si può forse desiderare qualcosa di più in questo momento?
Nel pomeriggio, imboccando l’adiacente George Street, lasciamo questa zona dove torneremo nei prossimi giorni, dirigendoci sempre passeggiando alla volta di Darling Harbour, un tempo decrepito insieme di moli in rovina, ed ora elegante e moderno agglomerato di centri commerciali, ristoranti, musei, grattacieli ed innumerevoli attrattive, che si susseguono lungo entrambi lati di questa sorta di fiordo cittadino attraversato dal Pyrmont Bridge, lungo il quale corre la famosa monorotaia, collegando appunto Darling Harbour con il Distretto Finanziario. Va detto, il posto è davvero bello e così ricco di attrazioni, che vi si potrebbe tranquillamente trascorrere un’intera giornata, senza correre il rischio di annoiarsi.

Sydney Aquarium
Entriamo nel Sydney Aquarium, per la felicità di Valentina che qui può osservare con meraviglia dal vivo alcuni protagonisti di un paio dei suoi lungometraggi preferiti come Nemo e Shark Tale, ma confesso che restiamo anche noi ammaliati dal posto, in verità davvero interessante.
Nell’acquario vivono 11.000 esemplari di 650 specie diverse, facilmente ammirabili da molto vicino in tre oceanari, nei quali sono rappresentanti altrettanti habitat, ed il cui top si ha senza dubbio nel tunnel trasparente lungo circa 145 metri, il quale si snoda attraverso due vasche oceaniche.
Dopo aver fatto un po’ di spesa presso un supermercato Woolworths, rincasiamo con i piedi sostanzialmente lessi, a dimostrazione ancora una volta, che le distanze sulle cartine possono apparire nettamente più brevi, di quanto poi siano nella realtà.
Il giorno seguente splende il sole, così, dopo aver fatto colazione nello straordinario Strand Arcade, ed aver passeggiato lungo il Pitt Street Mall, piacevole tratto pedonale ricco di negozi griffati, decidiamo di osservare la metropoli dall’alto, salendo sulla Sydney Tower, spettacolare torre dall’aspetto avveniristico alta 305 metri, la cui cima offre un grandioso panorama a 360 gradi di Sydney, che, semmai si avvertisse il bisogno di rimarcarlo, è davvero una gran bella città.
Scendiamo sulla Market Street, che seguiamo fino all’Hyde Park, altro bel grande parco cittadino, che attraversiamo nel tratto iniziale, fino all’altezza della graziosa Archibald Fountain.
Dietro la fontana, sulla College Street, fa bella mostra di sé la St. Mary’s Cathedral, prima chiesa cattolica sul suolo australiano. E’ davvero piacevole passeggiare a metà giornata in questo parco, autentica oasi di quiete nella City Centre, dove, con grande meraviglia, vediamo addirittura degli ibis.
Uscendo dall’Hyde Park visitiamo l’Australian Museum, primo museo in Australia, fondato nel 1827, nel quale sono presenti interessanti sezioni, come il cosiddetto Pianeta dei minerali, il settore inerente la flora e fauna australiana, quello degli scheletri, ma, soprattutto, quello riguardante la cultura aborigena, a cui è dedicata una grande sala espositiva, ricca di reperti archeologici, dipinti, e vecchie foto d’epoca.
Nel primo pomeriggio ci fermiamo a pranzo in un food court nella centrale Pitt Street, che troviamo pieno di impiegati della City Centre intenti a destreggiarsi tra i vari stand di Sushi Bar, Oyster Bar, Noodle Bar, Vegetarian Bar, Pasta Bar, Thai Food, Chinese Food, Vietnamese Food, e chi più ne ha, più ne metta, aggiungendo che questi centri sono assai diffusi in città, ed offrono spesso buon cibo a prezzi convenienti.
Dopo aver riempito degnamente lo stomaco, che in fondo, mi sembra giusto sottolinearlo, pretende a ragione la sua parte, raggiungiamo il Queen Victoria Building, notevole edificio in stile romanico dalla cupola centrale in rame, costruito nel 1898, ed usato sino alla fine della prima guerra mondiale come mercato ortofrutticolo. Restò in stato d’abbandono durante i successivi decenni, fino ad essere restaurato agli inizi degli anni ottanta.
Oggi, nei suoi tre elegantissimi piani ospita circa 200 prestigiosi negozi, oltre a diversi raffinati caffè. Lo stilista Pierre Cardin, che, beato lui, ha avuto evidentemente la fortuna di girare tutto il pianeta, ha definito il QVB il centro commerciale più bello del mondo.
Se ieri abbiamo ammirato la città dall’alto, oggi, domenica, desideriamo farlo dalla baia, non facendo però possibilmente la classica crociera turistica, ma raggiungendo un luogo in cui trascorrere qualche ora assieme agli abitanti di Sydney, e così, di buon mattino, ci troviamo già sui moli del Circular Quay.
Taronga Zoo

Siamo inizialmente indecisi se recarci o meno a Manly Beach, celebre spiaggia ubicata a circa undici chilometri di distanza, ma il tempo nuvoloso e la fresca temperatura ci permettono di dissipare facilmente i nostri dubbi e ci spostiamo quindi al Wharf 2, dove acquistiamo tre “zoo pass” per il Taronga Zoo, rendendo oltremodo contenta nostra figlia.
Dopo dodici minuti esatti di navigazione giungiamo sul molo opposto, dove un autobus ci conduce all’ingresso principale. Trascorriamo qui un po’ di tempo, in compagnia di numerose famigliole di Sydneysiders, e confesso che, mentre Valentina ci fa sorridere socializzando con un ripetuto “what’s your name?”, abbiamo modo di apprezzare i grossi spazi aperti in cui sono tenuti i vari animali, con un occhio di riguardo nei confronti della fauna locale, come canguri e wallabies.
Mentre nel frattempo il cielo si è completamente aperto, la discesa con la funivia verso il molo, preannuncia in anticipo lo spettacolo di cui godremo durante la navigazione di ritorno, ovvero quello davvero sensazionale dello skyline di Sydney visto dal mare, autentica meraviglia, assolutamente da non perdere !
The Rocks
Una volta tornati sul Circular Quay, raggiungiamo facilmente a piedi The Rocks, primo insediamento europeo in Australia, sorto sullo sperone roccioso che divide Sydney Cove da Walsh Bay.
Osservando gli splendidi edifici d’epoca del quartiere, quest’oggi a forte vocazione turistica, si riesce con un pizzico di fantasia quasi a percepire gli echi di un passato nemmeno tanto remoto, quando, agli inizi del 1800, Sydney era uno dei porti più malfamati del Pacifico, le strade di The Rocks erano infestate dai larrikins, criminali della peggior specie, le sue bettole popolate da balenieri, prostitute, malfattori, e la moneta di scambio maggiormente in voga era il rum del Bengala, i cui traffici erano controllati dai Rum Corps, una potente e spietata mafia militare. Un quadro certamente idilliaco, occorre dirlo.
L’Inghilterra pensò di mettere le cose a posto nominando governatore nientemeno che William Blight, sì, proprio lui, quello del Bounty, che si mise subito rigidamente contro i Rum Corps, ed andò quindi presto incontro al suo secondo ammutinamento in carriera, che lasciò di fatto Sydney in mano ai militari per due anni, fino a quando Lachlan Macquarie, il nuovo governatore non riuscì a ristabilire l’ordine.
Agli inizi del ‘900 interi edifici dei Rocks furono demoliti a seguito di un’epidemia di peste bubbonica, così come altri dovettero cedere il passo alla costruzione dell’Harbour Bridge. Nei primi anni ’70 si pensò addirittura di radere al suolo ciò che restava dello storico quartiere, al fine di realizzare nuovi grattacieli da adibire ad uffici, ma una ferrea opposizione impedì tale progetto, favorendone in seguito la ristrutturazione e la rinascita.
Ci rechiamo al numero 18 di Argyle Street, dove troviamo la Löwenbräu Keller, birreria bavarese caldamente consigliataci in Italia dall’amico Corrado, in cui trascorriamo dei piacevoli momenti deliziandoci il palato con un gigantesco Schlachtplatte, squisito piatto della casa costituito da diverse specialità bavaresi, che innaffiamo con una, ma sì, diciamo anche due discrete Löwenbräu Dunkel.
Anche qui, la maggior parte degli avventori è costituita dagli impiegati del vicino CBD, che evidentemente sanno ben godersi la propria pausa pranzo. Nel tardo pomeriggio, satolli come non mai, passeggiamo tra le oltre 150 bancarelle che animano nel week-end i Rocks, proprio quando sta imbrunendo ed inizia prontamente a rinfrescare, grazie anche ad un deciso vento che soffia incessantemente, mentre gruppi dal vivo animano gli interni dei pub circostanti, da cui fuoriescono musica, grida e risate.
In serata torniamo ancora una volta nei paraggi dell’Opera House, sorseggiando un bicchiere di eccellente Penfolds Bin 707 presso un bar locale, allietati dal tepore prodotto dalle stufe danesi, felicemente posizionate lungo i tavolini ubicati all’aperto.

Ciao Sydney
E’ la nostra ultima sera a Sydney, città che sembra magistralmente assorbire con naturalezza le circa quattro milioni di persone che la popolano, città in cui si fondono con estrema disinvoltura eleganza ed informalità, città cosmopolita, raffinata, moderna e vivace, città come poche altre al mondo, che meriterebbe senza dubbio una visita più approfondita e da cui non vorrei già separarmi.
Così, mentre il nostro viaggio deve però inevitabilmente proseguire e domani atterreremo nel Red Centre, ora alziamo in alto i bicchieri, guardando dapprima la magia prodotta dalle mille luci dell’Harbour Bridge, ed in seguito soffermando lo sguardo sul profilo illuminato dell’Opera House. Brindiamo.
Sì, brindiamo in onore del bistrattato architetto Utzon, perché va detto, senza di lui Sydney non sarebbe mai stata la stessa Sydney e questo, possibilmente, non dimentichiamolo mai.
Potete osservare l’intera galleria delle foto di Ben a Sydney nel suo sito Bnx.it
Il viaggio continua nella terra rossa del Northern Territory .


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